Racconti della verde Irpinia: viaggio a Montecalvo Irpino

Un viaggio tra i comuni della verde Irpinia, tra storia, cultura, gastronomia e racconti antichi. Questa settimana Montecalvo Irpino

MONTECALVO IRPINO. Viaggio tra i comuni della verde Irpinia, tra cultura, gastronomia e racconti antichi. Questa settimana Montecalvo Irpino.

 

Il Paese: Montecalvo Irpino

Superficie: Kmq 53,53

Abitanti: 3591 (Montecalvesi)

Patrono: San Felice (30 agosto)

Cenni storici

Il nome del Paese deriva dal latino Mons Galbus, (Monte Giallastro), termine trasformatosi per normale evoluzione linguistica in Mons Galvus, Mons Calvus, da cui Montecalvo. Situato su di una collina, a poca distanza dalla valle del Miscano, l’odierno centro urbano si compone di una parte alta arroccata intorno al castello ducale e di una parte più bassa che costituisce il nucleo urbano di età moderna.

Il primo documento in cui viene accennato il feudo è datato 1099, anno in cui circa sessanta armigeri furono inviati dal signore del luogo in occasione della grande crociata in Terra Santa. Dalla cronaca di Alessandro Telesino si evince che nel 1137, Ruggiero II, durante il suo viaggio in direzione di Paduli, “si accampa a piè del castello di Montecalvo”. Il borgo fu  distrutto in parte da Manfredi di Sveva, ne furono signori il nobile Matteo Diletto nel 1276 ed il salernitano Giovanni Mansello, a cui il feudo fu donato da re Carlo I d’Angiò. Dalla fine del XIII secolo il paese seguì le vicende della contea di Ariano e solo nel 1306 la regina Giovanna ne fece dono ad Angelo Sansevero. Nel dicembre del 1456 un disastroso terremoto colpì duramente il paese, le terre del feudo furono vendute per settemila ducati da re Alfonso II ad Ettore Pignatelli, duca di Monteleone e viceré di Sicilia, che la tenne fino al 1501, quando furono acquistate con assenso reale di Ferdinando d’Aragona dal duca di Ariano, Alberico Carafa. Molti cittadini presero parte attiva ai moti reazionari del 1820, del 1848 e del 1860. Dura la repressione borbonica e tra i rivoltosi processati si ricorderanno Nicola Morelli, Nicola d’Attoli, Luigi Salines, Orazio Santosuosso. Il paese è stato più volte raso al suolo dai terremoti, che ne hanno profondamente mutato l’aspetto urbanistico. Ultimi quelli di luglio 1930, dell0agosto 1962 e del novembre 1980.

(spunti storici dal libro di Giampiero Galasso – I Comuni dell’Irpinia 1989)

 

Da visitare

 

Castello – Palazzo Ducale

Del castello appare notizia nel secolo XII, ma del primitivo edificio si perse ogni traccia già dopo il catastrofico sisma del 1456. Ristrutturato ed ingrandito nel corso dei secoli, il palazzo comitale del 1525 e ducale nel 1611. Al palazzo si accede per via Santa Maria, che porta, attraverso un arco in arenaria del 1505, nel cortile antistante. L’arco presenta decorazioni ornamentali scolpite e capitelli a volute ioniche sormontati da un frontone di forma rettangolare.

Collegiata di Santa Maria Assunta in Cielo

Annessa al Palazzo Ducale, la chiesa fu edificata nella prima metà del XV secolo. L’ingresso della chiesa è a circa  due metri dal piano stradale e vi si accede attraverso una breve scala balaustra.  Nella navata sinistra ci sono un fonte battesimale del 500, formato da un sarcofago poggiante su due colonnine di capitelli compositi di arte romanica e un pregiato altare ligneo con statua di San Rocco.

Chiesa Parrocchiale San Bartolomeo

La facciata rifatta nel 1962, presenta attualmente, oltre l’ingresso un grande rosone centrale, l’interno a singola navata, conserva affreschi del pittore Nicola Auciello.

Palazzo De Cillis

Edificato nel XVII secolo, ha un portale con decorazioni ornamentali in stile floreale, all’interno vi è una cappella privata dedicata a Santa Maria del Soccorso.

Nel paese da visitare diversi palazzi settecenteschi, palazzo Caccese, palazzo Bazzuti, palazzo De Marco, palazzo Capone. Inoltre il Convento di S. Antonio, il ponte romano in località Santo Spirito.

 

Il Racconto: Tozza ca Tozza

 

Era nato in mezzo alle pecore Failuccio e con le pecore era cresciuto senza mai venire in paese. Il padrone, che lo teneva a garzone, gli dava  solo da mangiare e una volta l’anno, un vestito smesso. Ma Failuccio di questo non si curava. Passava tutto il tempo a badare al suo gregge e il montone era la sua vera compagnia. Lo sfidava a testate, nei gironi di sole, gridando: In guardia Campione!

E il montone partiva come un lampo dall’altra parte della radura e gli correva incontro minaccioso. Ma era un gioco. Di solito la gara finiva senza vinti né vincitori, perché la testa di Failuccio era dura almeno quanto le corna del montone. Qualche volta, però, Failuccio si comportava in modo poco leale. Al momento dello scontro si scansava e sferrava un violento pugno sul naso del montone. L’animale, stordito, barcollava e mogio mogio se ne tornava tra le sue pecore. Ma imparava. E un giorno colpì duro, proprio quando Failuccio, malfermo sulle gambe, cercava di scansarlo. Failuccio, preso in pieno, stramazzò, con la fronte ammaccata e il naso sanguinante (cu nu miluognu nfacci e lu nasu sciulimatu di sangu – dialetto di Montecalvo). Quando rinvenne pensò di vendicarsi. Legò il montone a un gelso e andò via con il gregge. Tornò il giorno appresso per slegarlo. Da lontano il montone pareva che ridesse. Ma quando fu più vicino, Failuccio vide che la lingua  gli penzolava fuori dalla bocca: per liberarsi Campione si era strangolato.

(Fiaba irpina tratta da  – I Racconti Irpini di Aniello Russo)

A cura di Elizabeth Iannone

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