Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica

Racconto in lingua

Racconto in lingua,dove la tradizione attraversa la storia di un popolo nelle sfaccettature dei suoi dialetti, dal 1800 ad oggi.

Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica. Un viaggio tra gli antichi dialetti dell’Irpinia per riscoprire la bellezza di un modo antico di esprimersi. Dove la tradizione attraversa la storia di un popolo nelle sfaccettature dei suoi dialetti, dal 1800 ad oggi.

Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica

Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica, un viaggio tra i dialetti per riscoprire la bellezza di un modo arcaico di esprimersi.

 

Il racconto in lingua : La somenta re chiuovi a Montemarano

A lo Monecipio de Montemarano l’abbesognavano na quantità re chiuovi e, pe sparagnè renari, cercarono se potiano fare no vrassecale. Uno re li consiglieri facette la proposta a lo consiglio, e tutti acconsentiero; e s’auniero, lo sinneco co n’ati  quatt’a cinco consiglieri, pe ghi a Napoli  pe accatta la somenta. Si mettiero na bona somma re renari  rint0a re sacche e s’abbiaro a Napoli; appena arrivati s’azzeccaro addà no potecaro vocino a Porta Capoana e l’addommanoro si vennia somenta re chiuovi. Lo potecaro s’addonavo che quiri erano cazzuni e responnette:

  • Si, r’aggio fenuto, ma aspettati no picca ca mo me ro fazzo mprestà a no compagno mio e ve ro davo. –

Mentre quiri aspettavano rinto a la potea, lo potearo iette a pigliù certi somienti re cepolle e tornavo subito, nge re pesavo e nge re facette venì quasino grano l’uno, losincaànnore ca co quera somenta ne potia fa quanta chiu nge na bissognava e potievano fa puro la somenta pe sempe. Po li ricette che si tenessero annaccoati pecchè si se n’addonavano re carceravano, facennoli crere ca non si poteano caccia fore Napoli pe no fa sapè lo segreto a l’ati paisi. Roppo avè pagato, li fessa s’abbiaro a Montemarano, tutti preati ch’avievano trovato la somenta re chiuovi chi loro creievano. Appena arrivati a Montemarano, faciero lo vrassecale e semmenarono li creruti semienti re chiuovi. Ogni ghiuorno ievano ncommissione a berè lo vrassecale; arrivavo finarmente no iuorno chi ncommenzavano a nasce, pizzuti pizzuti com’a chiuovi, e quiri re la preiezza se ne ievano mpesciazza. Ma che soccerette? No iuorno, quanno li somienti erano tutti nati, no ciuccio chi pascia pe là attuorno nge passavo pe dinto e guastavo tutto. Picca roppo si trovavo a ghine la commissione e tovavo chi lo ciuccio avià già guastato ntunno lo vrassecale e avia tutto terra e stretta chi no si conoscia nienti chiù. Ncapparo lo ciuccio, l’attaccaro e faciero accorre tutto Montemarano re l’allucchi, ma ognuno re la paura mai ricià  che lo ciuccio era lo suio. Che penzaro?  Resolviero re ponisce lo ciuccio pe lo ranno ch’avia fatto  e a questa proposta ognuno ricia la sua, re che morte l’aviano ra fa morì ma niuscina fo accettata fin’a che recette lo sinnico:

  • Giacco tutti pigliano parte a fa morìlo ciuccio, s’adda ra fa mor’ abbottato.-

Pigliaro na canna soppolata, la impizzaro nculo a lo ciuccio e ncommenzaro a boscià li poviri e, doppo, recette lo sinnaco:

  • Mo chi hanno ra voscià li galantuommini e no ponno mette lo musso addò l’hanno puosto li poviri, chi hanno vaviata la canna, votamo cannillo. –

Accosì feniero r’abbotta lo ciuccio.

 

(tratto da Li Canti Viecchi – di Modestino della Sala)

 

 

Il racconto in italiano : La semente di chiodi a Montamarano

 

Al Comune di Montemarano avevano necessità di una grande quantità di chiodi e, per risparmiare denari, cercarono di fare un semenzaio. Uno dei consiglieri fece la proposta al consiglio e tutti approvarono; si radunarono, il sindaco ed altri quattro o cinque consiglieri, per andare a Napoli a comprare le semente. Si misero una buona somma di denaro nelle tasche e si avviarono a Napoli; appena arrivati andarono da un bottegaio nei dintorni di Porta Capuana e gli chiesero se vendeva semente di chiodi. Il bottegaio si rese conto  che erano sciocchi e rispose:

  • Si, l’ho finita, ma aspettate un po’, me la faccio prestare da un mio amico e ve la do.-

Mentre quelli attendevano nella bottega, il bottegaio andò a prendere certi sementi di cipolle e tornò subito, gliele pesò e gliele vendette a quasi un grano l’uno, lusingandoli che con quella semente potevano raccogliere quanti chiodi servivano loro e potevano fare la sementa che sarebbe basta per sempre. Poi disse che se si tenessero nascosti perché se se ne fossero accorti i gendarmi li avrebbero  messi in prigione, facendo loro credere che i semi non si potessero portare fuori da Napoli per non far sapere il segreto negli altri paesi. Dopo aver pagato, gli sciocchi si avviarono a Montemarano, tutti contenti di aver trovato quel che credevano. Giunti a Montemarano, fecero il semenzaio e seminarono  quelli che credevano semi di chiodi. Ogni giorno andavano in commissione a vedere il semenzaio; arrivò finalmente il giorno che cominciavano a nascere, appuntiti appuntiti come chiodi, e per la contentezza se ne andavano in estasi. Ma cosa successe? Un giorno, quando i semi si furono dischiusi, un asino che pascolava là intorno entrò nel semenzaio e guastò tutto. Poco dopo si trovò ad andare la commissione e trovò che l’asino aveva rovinato tutto intorno il semenzaio e aveva scavato da per tutto tanto che era tutto irriconoscibile. Presero l’asino, lo legarono e fecero accorrere dagli urli tutta Montemarano; nessuno per la paura diceva che l’asino era suo. Cosa pensarono? Decisero di punire l’asino per il danno che aveva  procurato e tutti dicevano la loro, di quale tipo di morte lo dovevano far morire. Nessuna fu accettata finché il sindaco disse:

  • Per far sì che tutti partecipino alla morte dell’asino, si deve far morire scoppiato. –

Presero una canna cava e la ficcarono in culo all’asino e cominciarono a soffiare i poveri. Dopo, disse il sindaco:

  • Ora che devono soffiare i signori, e non possono mettere la bocca dove l’anno messa i poveri, che hanno bavato la canna, giriamo il cannello. –

Così finirono do gonfiare l’asino,.

 

Rubrica a cura di Elizabeth Iannone

TAG