Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica

Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica

Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica, un viaggio tra i dialetti per riscoprire la bellezza di un modo arcaico di esprimersi

Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica. Un viaggio tra gli antichi dialetti dell’Irpinia per riscoprire la bellezza di un modo antico di esprimersi. Dove la tradizione attraversa la storia di un popolo nelle sfaccettature dei suoi dialetti, dal 1800 ad oggi.

Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica

Racconto in lingua, l’Irpinia e le storie di una terra antica, un viaggio tra i dialetti per riscoprire la bellezza di un modo arcaico di esprimersi.

 

Adda scenne

No pezzentone, gruosso come a Santo Paulo e brutto quanta la pesta, s’era puosto na matina prima r’assi lo sole nfacci a no purtone re galantuomo e, come che facia friddo, si votavo co l’uocchi e l’aria e dicia a lo sole
Adda ra scenne!-
e si stercolava re mano. Lo patrone re lo palazzo, crerennosi ca l’avia pe isso, e puostosi paura, chiamavo lo servio, li rette rieci rocati, che re portasse a ro pezzente. Lo povero pezzente, crerennosi gabbato, no si volette piglià li renari e, come lo serivo se ne iette, tornavo a strecolarisi re mano e dice:
Adda re scenne! – guardando l’aria.
Lo galantuomo, chi guardava ra cimm a lu barcone, verette ca lo pezzente tornava a guardà ngielo stercolannosi re manao, visto puro ca no bolette li renari, ricia:
Penzeca, n’ha boluti li renari ca erano picca. –
La seconda vota li mannavo vinti rocati, mannanoli avia ordenato a dice che pe binti rocati si potia contantà e che lo galantomo avia ordenato ca se ne iesse. Lo serivo iette n’ata vota e li rette a forza li vinti rocati e li recette puro ca lo patrone volia che se ne fosse iuto. Poi li recette lo serivo, mente se ne ia
Nè, rimmi na cosa, che li volivi fa a lo patrone mio se scenia? –
Lo pezzente risponnia:
– Io no l’avia pe lo patrone tuio ma pe lo sole, chi non bole scenne, ca sento friddo!- e scappavo.
(tratto da Li Canti Viecchi – di Modestino della Sala)

(tratto da Li Canti Viecchi – di Modestino della Sala)

Deve scendere

Un poveraccio, grande quanto San Paolo e brutto quanto la peste, si era messo una mattina, prima che uscisse il sole, difronte al portone di un galantuomo e, poiché faceva freddo, si voltava con gli occhi verso il cielo e diceva al sole:Deve scendere! – e si sfregava le mani.
Il padrone del palazzo, credendo che ce l’avesse con lui, messosi paura, chiamò il servo e gli dette dieci ducati perché li portasse al poveretto. Il povero pezzente, credendosi burlato, non volle prendere i denari, e, non appena il servo se ne andò, tornò a sfregarsi le mani e a dire:
Deve scendere! – guardando il cielo.
Il galantuomo. Che l’osservava dal balcone, vide che il pezzente tornava a guardare in aria, sfregandosi le mani, e, perché non voleva i denari pensava .
Accidenti, non li ha voluti perché erano pochi! –
La seconda volta gli inviò venti ducati, mandandogli a dire che per venti ducati poteva essere ben contento e che gli aveva ordinato di andarsene. Il servo andò di nuovo e gli dette a forza i venti ducati e gli disse anche ce il padrone voleva che se ne andasse. Il servo, poi, gli chiese, mentre se ne andava:
Dimmi, cosa gli volevi fare al mio padrone, se fosse sceso? –
Il pezzente rispose:
– Io non l’avevo con il tuo padrone, ma con il sole, che non vuole scendere, perché sento freddo! – è scappò.

 

Rubrica a cura di Elizabeth Iannone

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