Personaggi d’Irpinia: Goffredo Napoletano, un Poeta Scalzo

La poesia, la vita, la passione di un Poeta Scalzo senza tempo né fretta. Racconto di una passione che non smette di guardare la sua terra con speranza e vigore

Alle falde del Partenio, vita, passioni e volti di uomini e donne d’Irpinia. Tutte le interviste ai “Personaggi d’Irpinia” raccolte in una rubrica. Il protagonista di questa settimana è il professore Goffredo Napoletano, un “poeta scalzo” tra cultura e poesia.

L’intervista

Goffredo Napoletano, nasce ad Atripalda il 10 settembre del 1939, la sua vita è stata piena e vitale. Professore di storia e filosofia, ama la sua terra natia, glielo si legge negli occhi quando ne parla con malinconica nostalgia e ferita tristezza per il futuro.

 

Prof. Napoletano che ne pensa della scuola odierna e del rapporto così complicato tra la classe docente e quella degli studenti?

«Bisogna rapportarsi con i ragazzi con sincronia altrimenti è un fallimento. Io dividevo la mia classe in tre o più gruppi, in base alle propensioni dei ragazzi, e a fine lezione lasciavo un quarto d’ora per discutere e confrontarsi e per capire cosa e dove i giovani erano più a proprio agio. Oggi i professori sono operai, la scuola è diventata una fabbrica, asettica, senza valore umano. Molti ignorano o hanno dimenticato la delicatezza dell’adolescenza e la loro fragilità. La scuola versa in condizioni pessime e oscure».

 

Lei pensa che la cultura possa salvare questo Paese, oramai nel declino più oscuro della storia sociale contemporanea?

«La cultura è un lavoro di preparazione che parte da lontano e non può restare nei muri di casa. L’avvento di internet, per carità, ottimo per la diffusione e la facilitazione della comunicazione, ma ha reso tutto asettico e superficiale, tutti pensano di sapere, invece è tutto sommario e inutile. La cultura è sacrificio, studio e credenza in se stessi e nelle proprie possibilità, nonché quelle che la propria Patria dovrebbe dare a tutti senza differenza di genere, classe ma solo per merito».

 

Lei è un poeta, quanto amore vede in questa terra, che sembra persa nell’oblio della fattanza approssimativa?

«Io mi sento con diversi intellettuali della città, come Giuliano Minichiello o Luigi Anzalone, il nostro pensiero è che ci sia una ribellione culturale che porti speranza e concretezza, e questo è ottenibile solo se non ci si separa. I ragazzi, giovani e meno giovani vengono da me, mi bussano, parliamo, ci confrontiamo e ci raccontiamo, questa è la cultura, passaggi di esperienza e vita senza specchi né muri generazionali o sociali».

 

Ma l’amore, quello delle sue poesie e dei suoi pensieri?

«Ho scritto oltre 1000 poesie di cui trenta dedicate alla mia terra, ah l’amore è presente in tutto e in tutti, lo dimentichiamo facilmente, ma c’è sempre. Oggi mi rende triste solo il fatto che è diventato fuggevole, con interessi momentanei che finché sono comuni ci si resta insieme, poi si passa al prossimo. L’amore quello dei miei tempi era la ricerca di sentimenti alti, nobili portati avanti con sacrificio, rispetto e stima per la vita insieme che si era scelto di fare. Oggi si sceglie a tempo determinato».

 

Che messaggio si può, allora, lasciare ai giovani irpini?

«La fiducia, mai smettere di averne, prima in se stessi, altrimenti tutto è vano. Praticare sempre solidarietà e fraternità, siamo tutti esseri umani e non smettere mai di andare alla ricerca del bene e del meglio, scoprire dove esiste».

 

E dove si trova?

«Nei rapporti, sia con il singolo che con gruppi, solo così può scaturire la migliore elevazione dalla mediocrità, la speranza».

 

«Amor che non perdona, chi tradisce i sentimenti»

(tratto da Torna Amore  – di Goffredo Napoletano)

 

a cura di Elizabeth Iannone

 

 

 

 

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